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L’8 febbraio 2012, nella Chiesa della Santa Croce di Nicotera, dopo il triduo, si è svolta la solenne celebrazione della Santa Messa in onore di Santa Giuseppina Bakhita, Figlia della Carità Canossiana, organizzata dal “Centro di Aggregazione Sociale Bakhita” di Nicotera e dal “Gruppo Spirituale S. Croce”, in occasione della ricorrenza della festività della Santa africana.

La cerimonia religiosa è stata officiata da Don Sisto De Leo, preposto della Chiesa S. Croce, il quale, durante i tre giorni del triduo, ha raccontato ai fedeli presenti la triste storia della Santa, strappata ancora bambina all’affetto dei suoi cari, da negrieri senza scrupoli. Venduta e rivenduta come schiava, era talmente scossa da non ricordare più neppure il suo vero nome. Ai negrieri che, sotto la minaccia di un coltello, le intimarono di stare zitta, non seppe ripetere il proprio nome, per cui, gli stessi a mò di sberleffo le imposero il nome di Bakhita che in lingua araba significa “fortuna, la fortunata”. 

Bakhita, a partire dal rapimento, dovette sopportare ogni sorta di sopruso senza potersi nemmeno lamentare, passando da padrone a padrone quasi fosse un oggetto da utilizzare dal suo possessore, a proprio piacimento.

bakhitaL’episodio, comunque, più tragico della sua schiavitù è la stessa Santa a raccontarlo affidandolo alla consorella Maria Fabbretti in un memoriale: “eseguito il disegno convenzionale con farina bianca, l’aguzzina da mano al rasoio e traccia sei tagli sul petto, sessanta sul ventre e quarantotto sul braccio destro. Come mi sentissi non lo posso dire. Specie quando, con molta forza, stropicciò le ferite con il sale per rendere più evidente il barbaro disegno. Quale atroce sofferenza….”   Bakhita porterà sul corpo per sempre questi segni, marchio di appartenenza a quella famiglia di padroni. Ma, evidentemente, il Signore, per lei aveva tracciato un’altra strada. La schiava, finalmente, viene acquistata da un console italiano ed è in questa casa, dopo tante sofferenze, che viene trattata con umanità senza l’uso della frusta. Quando il console deve lasciare precipitosamente Khartoum per l’arrivo del Mhadi (che metterà a ferro a fuoco la città per scacciare gli infedeli) Bakhita viene portata in Italia.

Ma le prove per questa umile schiava africana non erano finite. Di fatti, una volta sbarcata in Italia, il console per compiacere all’amico “regala” Bakhita ad una coppia di Mirano Veneto (VI). Bakhita viene accolta amorevolmente dai nuovi padroni e quando nasce la loro primogenita Alice – detta “Mimmina” – accudisce la bambina. Terminate, però le sommosse in Sudan il Signor Michieli torna in Africa e qualche tempo dopo richiama pure la moglie. Ed è allora che Bhakita e Mimmina sono affidate all’Istituto dei Catecumeni, retto dalle suore canossiane.

In questo Istituto (Bhakita che ha poco più di vent’anni) sente parlare per la prima volta di Dio e di suo figlio Gesù.  E’ talmente affascinata dalla nuova verità rivelata che confiderà alla sua madre spirituale di come si era sempre posto il problema di chi fosse il creatore dell’Universo anche quando non lo conosceva. 
Dopo circa un anno, però, ritorna la Signora Michieli per vendere le sue proprietà e stabilirsi definitivamente in Sudan, ove, nel frattempo, il marito aveva acquistato un importante albergo. Ma di tornare in Africa, ovviamente, Bakhita non ne vuole che sapere e quando la signora vorrebbe trascinarla con la forza, lei con inaspettato coraggio, si ribella.

Le sante suore, allora, si rivolgono al loro vescovo e questi al Procuratore del Re. L’istituto dei catecumeni si trasforma in un Tribunale che vede opposte Bakhita con la sua determinazione a rimanere in Italia e la Signora Michieli che la rivendica come se fosse una cosa propria.  Interviene il rappresentante del governo il quale spiega chiaramente alla Michieli che in Italia la schiavitù non è ammessa e Bakhita, una volta giunta in Italia, era diventata una donna libera e poteva scegliere con chi stare. 

Bakhita sia pure in lacrime, decide di rimanere in Italia per offrirsi a quell’unico Dio di cui immaginava la presenza (per la bellezza del creato) senza mai averlo conosciuto. Tra le sorelle canossiane diventa cristiana ed accetta i sacri voti.

Trasferita a Schio (VI), vi rimane per circa 50 anni svolgendo le più umili mansioni senza mai perdersi d’animo. La gente, ma soprattutto i bambini, le voleva così bene che cercava ogni pretesto per starle accanto e farsi accarezzare. Nell’Istituto di Schio Madre Moretta (così era affettuosamente chiamata) aveva una parola buona per tutti ma ciò che colpiva di lei (raccontano le consorelle) era quella serenità interiore che solo una donna straordinaria poteva avere. Madre Moretta muore a Schio l’8 febbraio 1947 e subito la sua fama di santità si espande in tutto il Veneto. Una folla interminabile viene a salutarla per l’ultima volta.

Quasi subito inizia il processo ordinario e apostolico, tant’è che il 1° dicembre 1978 viene proclamata l’eroicità delle virtù della Serva di Dio. Il 17 maggio 1992 a Roma, in Piazza San Pietro, Giovanni Paolo II proclama “Beati” nella stessa cerimonia, un monsignore, marchese, fondatore di un’opera estesa in tutto il mondo e una suora, ex schiava, venduta, comprata, rivenduta, ignota al mondo, venuta dal nulla….il sacerdote Josemaria Escrivà de Balaguer e M. Giuseppina Bakhita, che il Papa consegna al mondo e alla Chiesa come “Sorella Universale”.  Il 1° ottobre 2000 Bakhita viene proclamata Santa.
L’officiante, traendo spunto dalla vita della Santa, ha posto l’attenzione sul fatto che anche chi si dichiara cristiano considera il nero (il diverso per colore della pelle) come essere inferiore cui i diritti possono essere limitati, come il lavoro, una vita dignitosa, la possibilità vivere con i propri familiari e non in moderne baraccopoli nell’indifferenza generale. Ha poi aggiunto che in ogni uomo, anche se di colore, si nasconde il volto di Dio e ciò che ogni cristiano fa (di bene o di male) lo fa a Gesù.
Ritengo che queste parole forti abbiano scosso le coscienze dei presenti e possano essere di auspicio per operare il bene nei confronti di tutti se è vero, com’è vero, che davanti a Dio ed al Mondo, siamo tutti uguali.

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